
Leggere che lo Shuttle va in pensione dopo 30 anni, è una di quelle cose, che ti fa pensare che il tempo passa non solo per te ma anche per la Nasa. Se all’epoca avevo 18 anni e guardavo a quella specie di Jumbo che poteva atterrare dallo spazio proprio come un Fiumicino-Linate, come al futuro della mia vita (“un giorno ci andrò a farmi un giro, magari tra trent’anni!”) non oso pensare a quello che è passato in questi giorni nelle teste dei giovani ingegneri Nasa dell’epoca mentre, ormai adulti, hanno assistito dagli enormi monitor all’ultimo atterraggio dei loro sogni in attesa di essere ricevuti un giorno chissà dal Presidente degli Stati Uniti per sentire la sua voce profonda emettere il sigillo tombale: “good job!”. Pensateci: entrati giovani e scattanti come leopardi in quella sala controllo che ha fatto il giro del mondo in televisione, con sogni, speranze e illusioni, ne escono trent’anni dopo con la busta della liquidazione in mano e una pacca sulla spalla. Anche perché sanno che oggi lo spazio costa troppo, e l’unica cosa che alla Nasa possono ancora permettersi non sono più i loro sogni, ma quelli di qualcun altro, presentati su un iPad. Agli odierni pensionandi non rimane altro che fare la guida esperta per accompagnare i turisti in quello che fino a ieri era ancora il loro regno: la sala controllo di Houston. E allora? Oggi, mi piacerebbe sentirli parlare, come in un film americano, davanti a una birra del pub lì fuori, con i gomiti appoggiati al bancone, di tutti i successi e di tutti i problemi che avranno avuto in questi trent’anni: le risate generose e le strette di mano forti e calde, che si saranno scambiati insieme agli abbracci pieni di dolore quando gli equipaggi non tornavano più per colpa di una maiolica che si era staccata al ritorno nell’impatto bruciante con l’atmosfera. Mi piacerebbe sentirli riflettere sul senso della vita che posseggono ora, dopo le mille serate passate ad ascoltare gli astronauti raccontare la cosa più eclatante che sia dato oggi di compiere a un uomo: guardare il nostro pianeta da lontano e fargli una foto con una macchinetta qualsiasi. Mi piacerebbe sentire i racconti di questi ragazzi cresciuti che a loro volta ascoltavano le avventure degli uomini delle missioni Apollo, quando sulla luna si andava con un computer che aveva 32 K di memoria, l’equivalente oggi di 4 fogli di Word vuoti! Mi piacerebbe vedere sui loro occhi i trent’anni che hanno passato tra le stelle per scendere finalmente sulla terra, sapendo che andare su Marte in realtà non frega niente a nessuno, e che sulla luna, non fosse stato per Kennedy e le sue promesse a Marilyn dopo una notte d’amore (“Puoi chiedermi quello che vuoi, anche la luna!”), l’uomo non ci sarebbe mai andato. A questi uomini che stasera torneranno per sempre dai loro figli, ormai uomini anche loro, che in classe potevano dire “mio papà lavora alla Nasa!”, mi piacerebbe offrire questa birra al pub, per trattenermi alla cassa e non vederli all’uscita del bar guardare in alto nel cielo, piangendo.