
Prima o poi nella vita arriva un sms di un vecchio compagno di classe che dice di essere in città per una sera: “c’è qualcuno che vuole venire a cena?”. Tra tutti gli ex comincia una girandola di conferme e smentite con impegni presi o da disdire legati tra loro da un’unica domanda finale “tu ci vai?”. Nessuno, proprio come succedeva a scuola, ha il coraggio di dire sì per primo, forse perchè ha paura di essere lasciato SOLO con quell’ex compagno di classe che per una sera della sua vita si trova nella sua città di una volta i cui ricordi sono legati ancora a un edificio, il liceo di quand’era ragazzo. E poi, proprio come in classe, sbuca fuori il primo “sì io ci vado, tu?”, detto con tranquillità, scioltezza, eleganza, di chi sa che non ha niente da perdere da una serata del genere, anzi “forse ci facciamo una risata, perché no?” e tutti dietro: “allora pure io, pure io, pure io!” Vedete come a volte ci si lascia imbracare dalle paranoie solamente per la paura di non farcela da soli. Alla spicciolata arrivano un po’ di amici in un bar scelto più per comodità logistica che non per l’atmosfera giusta, tanto quella si creerà al primo sguardo verso chi ci conosce come le nostre tasche. Finito l’aperitivo, il passo successivo sarebbe quello di salutarsi per riprendere ognuno il filo della propria agenda, ma guarda caso, si nota che negli occhi di tutti c’è rimasto tanto da dirsi e la voglia di andarsene non c’è. Si comincia a prendere un altro appuntamento per la “prossima volta, per una cena tutti insieme, dài!”, ma in realtà tutti si attaccano al cellulare e cominciano a disdire gli impegni presi prima: “Non sai cos’è successo poi ti spiego, scusami con tutti, ci sentiamo domani, adesso non posso parlare”. Famiglie, amici, conoscenti, tutto finito: SIAMO LIBERI. E adesso? “Spaghetto da me?” - “Sìììì!”. Via! Il bar esplode in un urlo liberatorio, tutti a gara per pagare quelle 4 noccioline e gli spritz ingurgitati più per sciogliersi che per il piacere di berli: stasera champagne! Perché davanti a quel linguaggio di gente che trent’anni fa si mandava a quel paese senza sapere perché, non c’è niente che regga. Non è Natale, ma è il Natale che tutti vorremmo vivere la sera di Natale. Non per i ricordi, ma solamente per una lingua, quella che non parliamo più con nessuno, mogli, figli, al lavoro, i nuovi amici, nessuno. Nessuno può conoscere la lingua che parlavo io trent’anni fa se non SOLO quelli che la parlavano con me in quella classe con i banchi in formica. Ed è per questo che la risposta a quel messaggio di un ex compagno di classe sarà sempre “Sì!”.